Archivio mensile:gennaio 2018

Concorso di Composizione XIX edizione 2018 – 2019

Concorso di Composizione
2018 – 2019
XIX edizione
termine presentazione lavori
30 novembre 2018

 

La Comunità Evangelica Luterana di Napoli indice ed organizza la diciannovesima edizione del Concorso di Composizione.

La scrittura delle composizioni
La scrittura deve ispirarsi al racconto scritto da Daniela Raimondi “La canzone di Jin Ye”, vincitore del 1° premio nel 2002 – terza edizione del Concorso letterario indetto dalla Comunità luterana di Napoli e giunto alla XX esima edizione.

La Giuria esaminerà le composizioni partecipanti e designerà la vincitrice che sarà eseguita nella serata di premiazione.

Art 1 – Concorrenti
Al Concorso possono partecipare compositori italiani e stranieri senza limiti di età.

Art 2 – Iscrizione
La partecipazione al Concorso è gratuita. Il concorrente dovrà inviare sei copie della partitura corredata da file midi. La partitura dovrà essere assolutamente anonima e contrassegnata da un motto, lo stesso che dovrà essere indicato sulla busta chiusa contenente:

1)   Domanda di iscrizione al Concorso liberamente scritta, in cui si specifica il nome, il cognome, la data ed il luogo di nascita, il Comune e la Provincia di residenza, l’indirizzo, il numero telefonico e l’eventuale e-mail.

2)    Dichiarazione firmata attestante che la composizione presentata è inedita e mai eseguita in pubblico.

3)    Dichiarazione firmata che autorizza l’Ente organizzatore ad usufruire del materiale presentato per l’esecuzione pubblica e per tutte le manifestazioni teatrali e/o radio – televisive che l’Ente organizzatore, ovvero la Comunità Evangelica Luterana di Napoli intenderà allestire in futuro.

4)    Due fotografie.

5)    Un curriculum vitae.

Il plico dovrà pervenire al seguente indirizzo
Segreteria del Concorso di Composizione
Luciana Renzetti
Via Vicinale Canosa, 44 – 80078 Pozzuoli (Na)

 


Art 3 – Composizioni
La durata delle composizioni dovrà essere massimo di 30 minuti e non meno di venti.
Dovrà essere pensata per Voce narrante e per l’Orchestra giovanile dei Quartieri Spagnoli di Napoli con il seguente organico:
2 flauti, 2 oboi ad libitum, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 1 trombone, 1 percussioni, timpani, violini, viole, violoncelli, contrabbassi.

L’articolazione musicale relativa al testo è assolutamente libera. 

Saranno valutati l’aderenza musicale al testo letterario, la originalità.           

Art 4 – Svolgimento del Concorso.
La Giuria, formata da docenti di Conservatorio, da musicisti di chiara fama, da critici musicali esaminerà i lavori presentati e designerà il vincitore che dovrà fornire tempestivamente le parti staccate del brano. 

Art 5 – La Giuria.
Il giudizio della Giuria è insindacabile ed inappellabile. I nomi dei componenti la Giuria verranno resi noti in occasione della premiazione del vincitore.

Art 6 – Premiazione.
La data dell’assegnazione del Premio e della rappresentazione scenica sarà comunicata per e-mail al vincitore e pubblicata nel sito www.celna.it nel mese di gennaio 2019.

Art. 7 – Il Premio
Il vincitore del Concorso riceverà un Premio di euro 2.000 e la Giuria potrà anche assegnare menzioni particolari a lavori che riterrà meritevoli.
Il suo giudizio sarà insindacabile.

Art 8 – Annullamento.
L’Ente organizzatore si riserva di annullare il Concorso per cause indipendenti dalla propria volontà che dovessero impedirne il regolare svolgimento secondo i tempi e le modalità sopra indicate.

Art 9 – Restituzione.
I concorrenti potranno richiedere, a proprie spese, la restituzione di una copia degli elaborati. La restituzione del materiale avverrà secondo questi termini anche in caso di annullamento, secondo l’art. 8.

Art 10 – Registrazioni ed Esecuzioni.
Nulla sarà dovuto ai concorrenti per eventuali rappresentazioni radio-televisive del brano vincitore, tanto meno dell’uso del materiale e delle partiture per ulteriori esecuzioni e/o registrazioni comprese in eventuali manifestazioni che la Comunità Evangelica Luterana di Napoli potrà allestire in futuro.

Art 11 – Informazioni.
I concorrenti potranno ricevere ulteriori informazioni scrivendo a lucianarenzetti@gmail.com 

La canzone di Jin Ye

Nacqui il primo giorno di primavera del 1970. Lo venni a sapere leggendo i miei documenti di nascita. Mia madre si chiamava Jin Ye, lo spazio riservato alla paternità era invece segnato da una sbarra orizzontale.

L’ultima volta che vidi mia madre avevo sei anni. Quel mattino ci incamminammo verso la stazione per intraprendere un viaggio estenuante. Nel treno la mamma mi fissava seria e spesso si toglieva un fazzoletto azzurro dalla manica e piangeva in silenzio.

Arrivammo all’orfanotrofio che era già buio. Entrammo in uno stretto ascensore che sembrava una gabbia di metallo per gli uccelli e quando le porte mi si chiusero davanti credetti di essere in una prigione che sarebbe volata verso l’inferno. Giungemmo quindi in una sala con finestre enormi e pareti dipinte di un verde pallido; si respirava un forte odore di cloroformio e ancora adesso è un colore che odio e che mi riempie di angoscia. Nella stanza ci attendevano due donne dai capelli bianchi e le facce rugose. Mi sorrisero emi rivolsero anche un paio di frasi tenere, ma io non volevo avere niente a che fare con loro e mi nascondevo dietro le gambe di mia madre. La mamma parlò con loro a voce bassa e le pregò affinché ci lasciassero sole per pochi minuti. Poi si inginocchiò accanto a me e mi spiegò che avrebbe dovuto lasciarmi lì per qualche mese. L’idea che lei se ne andasse senza di me era insopportabile, ma le due donne entrano nella stanza e mi portarono via di forza. Io urlavo e tendevo le mani verso quella donna esile e minuta, ma che per me era l’intero universo, e lei mi fissava con quei suoi occhi spalancati di cerbiatta, quasi volesse rubarmi l’anima per tenerla sempre con sé.

Non venne mai a riprendermi. I primi tempi mi scriveva delle lettere che l’istruttrice mi leggeva con una cantilena monotona, ma presto non arrivarono più nemmeno quelle. Cercavo di non pensarla, ma immagini del passato mi tormentavano continuamente. Ricordavo quando all’alba partivamo insieme per raggiungere e risaie, io mi sedevo sotto gli alberi e la osservavo lavorare curva su quegli specchi d’acqua. Aspettavo che i nostri occhi si incrociassero, e all’improvviso lei mi guardava e poi cominciava a cantare con quella sua voce tenera e chiara. All’improvviso sembrava splendere fra le terrazze verdi del riso, sorgendo dalla nebbia del mattino come da un sogno. La sua voce perseguitò per anni i miei sogni di bambina, quando mi svegliavo nel letto in preda all’angoscia e mi raggomitolavo fra le lenzuola sentendomi come un gattino appena nato lasciato sotto la pioggia.

Lasciai l’orfanotrofio quando avevo diciassette anni. Mi presentai alla direttrice e lei mi fece un discorso che aveva imparato a memoria, ma quando mi porse la lettera di accompagnamento per un Conservatorio di Shangai notai un filo di commozione nella sua voce istituzionale: “Ecco Luan: questa ti permetterà di continuare a studiare musica. Con a tua voce saprai conquistare il cuore di chi ti ascolta e anche il mondo intero se tu lo vorrai”.

La ringraziai abbassando il capo. Stavo per uscire ma lei mi richiamò e mi porse un piccolo pacco avvolto in una carta marrone e legato con una semplice corda:

“Questo è di tua madre. Mi chiese di dartelo quando tu fossi partita”.

Presi quel pacchetto con le mani che mi tremavano, lo infilai nella borsa con un senso di disagio e lascia la stanza quasi correndo.

Quel pomeriggio presi il treno che mi avrebbe portato a Shangai. Dopo poche ore lasciammo dietro di noi anche le ultime case ed entrammo nelle immense campagne al sud della Cina. Era inverno, e il treno solcava con la sua sagoma nera il paesaggio candido ed immobile nella neve di febbraio. Poi la notte arrivò e ben presto nessun rumore si intromise nel cigolare monotono della locomotiva. Stesa nel lettino superiore dello scompartimento fissavo come ipnotizzata la lucina rossa sul soffitto e sentivo un dolore secco e amaro nascermi da dentro. Fu solo dopo la mezzanotte che trovai il coraggio di affrontare il ricordo di mia madre. Con un gesto di stizza afferrai l’involucro marrone e strappai la carta con impazienza e con paura: conteneva una spilla per capelli d’argento, un quaderno e alcune fotografie di mia madre e della mia infanzia. Il quaderno era stato riempito con una calligrafia piccola e leggera su fogli ormai ingialliti dagli anni. Iniziai a leggere:

Mia adorata Luan, quando leggerai queste pagine sarai grande, ormai una donna. So che tu mi stai odiando e non ti biasimo, perché anch’io sentirei il cuore farsi pietra rivedendo il volto della madre che mi abbandonò. Ti prego comunque di leggere queste pagine. Vorrei spiegarti qualcosa della mia vita che credo ti appartenga, che forse ti aiuterà ad odiarmi con meno forza e chissà anche a perdonarmi, se il cielo me lo concederà. Non negarmi questa possibilità.

            Nacqui nel villaggio di Giulin, nella provincia di Dong. E’ una terra sperduta fra le montagne di Guizhou, raccolta nelle due valli dove i due fiumi di Guinzhou and Huna si incontrano; è una terra lontana e dimenticata dal mondo. La storia ci corse vicina ma senza mai fermarsi. Sentimmo solo il suo alito, il vento che la tempesta lasciava dietro di sé. Ma l’uragano non toccò mai quelle vallate dimenticate dagli uomini e persino dagli Dei. Ci fu un tempo però quando correvano voci su un uomo chiamato Mao Tse Tung. I rari viaggiatori che passavano dal nostro villaggio ci narravano storie incredibili sulla rivoluzione che Mao stava portando nel nostro grande Paese, ma i vecchi ridevano mostrando le loro gengive sdentate e scuotevano la testa: dicevano che erano tutte frottole, e che nessun uomo avrebbe potuto cambiare in pochi anni quello che il destino aveva ripetuto da millenni. Però un giorno dei soldati di Mao arrivarono anche nel nostro villaggio e all’improvviso tutte le case si ricoprirono di bandiere rosse. Ci riunirono nel tempio e ci dettero un piccolo libretto rosso. Anche se eravamo in pochi a saper leggere, ascoltavamo a bocca aperta quei giovani che parlavano con parole talmente cariche di passione che sembravano esplodere nell’aria come fuochi di artificio. Ci riempivano il cuore di frasi che stentavamo a capire, ma che ci facevano rabbrividire di emozione; ben presto anche noi urlavamo ed alzavamo il pugno verso il cielo. Forse però eravamo troppo poveri e ignoranti anche per il comunismo. Non c’erano negozi nel paese e il denaro quasi non esisteva. Fra famiglie ci scambiavamo i prodotti del campo, il latte delle capre e la lana per i vestiti, e c’era sempre abbastanza bestie per la carne secca dei mesi invernali. Ben presto le guardie rivoluzionarie si guardarono intorno grattandosi la testa, perché con noi non sapevano da che parte cominciare. Finirono per fermarsi una sola notte: il tempo di fare qualche discorso, di attaccare qualche manifesto nella piazza e distribuire altri libretti rossi, ma fu tutto. Pensarono che la rivoluzione li chiamasse a compiti ben più urgenti, e così il mattino dopo ripartirono sui loro camion gridando e cantando le loro canzoni. Noi li salutammo festosamente radunati ai cigli della strada provinciale. Non sapevamo se ci sarebbero mancati o se ridessimo di sollievo per la loro partenza, ma gridavamo tutti insieme e alzavamo il pugno nell’aria fresca di ottobre.

Dopo un minuto i camion erano spariti all’orizzonte e in paese era rimasto solo un gran polverone nella piazza che coprì di grigio le bandiere rosse sposte sui balconi. La rivoluzione ci aveva solo sfiorati: era passata fra di noi come un monsone passeggero che aveva preso a strada del ritorno, raggiungendoci per pura casualità.

Qualche anno dopo arrivò la luce al villaggio ma nessuno aveva il denaro per introdurre l’elettricità nella nostre capanne. Le uniche lampadine ad essere installate furono quelle nel nuovo edificio amministrativo dove registravamo le nascite e le morti e quelle nel nuovo centro sanitario. C’era un dottore che veniva due volte al mese per estrarre qualche molare guasto e per guardare la lingua ai bambini. Ascoltava le lamentele dei pazienti, somministrava aspirine per il dolore delle ossa e tonici amarognoli per alleviare i disturbi della nostra povera dieta, poi ripartiva di fretta per la città.

Un giorno d’agosto arrivò persino una cabina telefonica: arrivò eretta su un camion agricolo come un trofeo di guerra, maestosa nella sua semplicità di vetro e legata con grosse corde multicolori. Gli operai a posarono al centro della piazza e cominciarono a collegare fra di loro tutti quegli strani fili colorati. L’avvenimento provocò una gran confusione nel villaggio e ben presto la piazza si riempì di bambini mocciosi, vecchi attoniti e giovani esterrefatti. Fissavamo pieni di curiosità quel strano arnese che troneggiava dentro la torretta di vetro ma nessuno sapeva spiegarne il funzionamento, e quando il primo squillo di prova trillò nell’aria provocò un tale sgomento che indietreggiammo tutti con un sussulto. Il telefono prese il suo posto al centro del villaggio, ma noi non riuscimmo a sentire altro che costernazione e diffidenza per quell’aggeggio infernale. La verità è che non avevamo alcun desiderio di raggiungere la civiltà moderna. Noi avevamo sempre vissuto governati dal cambio delle lune e dallo scorrere delle stagioni, e gli spiriti ci proteggevano o punivano i nostri peccati in un ordine di cose che aveva la sua logica immutabile e divina. Non ci opponevamo al progresso, ma questo sembrava passarci vicino senza mai toccarci. Forse la nostra umile vita di contadini non lo necessitava, e d’altra parte il progresso non sapeva che farsene di noi. Eravamo poveri, però eravamo famosi in tutta la regione per le nostre voci e le nostre melodie: nessuno nella vallata sapeva cantare come nel nostro villaggio. La leggenda racconta che un giorno di un tempo lontano un giovane chiamato Jing Bi camminò così a lungo che finì per raggiungere il Paradiso. I cancelli erano aperti e il ragazzo vide alcune giovani donne che danzavano e cantavano meravigliosamente. Jing Bi rimase talmente affascinato da quelle melodie che decise di fermarsi finché non le avesse imparato tutta a memoria, e così trascorse in quei luoghi sette interi giorni e sette notti. Al suo ritorno insegnò alla ostra gente tutto quello che aveva imparato, e nel corso dei secoli il nostro villaggio divenne conosciuto in tutta la regione come il “villaggio degli angeli”. La musica accompagna ogni momento della nostra vita. C’erano canzoni per indicare rispetto e gentilezza e canzoni per spaventare e allontanare gli spiriti cattivi. Canzoni che narravano di battaglie leggendarie e canti per le cerimonie nuziali e le cremazioni dei morti. C’erano canzoni di seduzione, canzoni di separazione e di perdono. Più di ottanta melodie accompagnavano le differenti fasi della nostra vita. Le donne cantavano mentre filavano o tagliavano la legna, e quando un bambino si ammalava i vecchi del villaggio inventavano canzoni magiche per guarirli. Cantare era così importante che persino dopo il matrimonio alle coppie non era permesso vivere insieme fino a quando le loro voci non avessero raggiunto l’accordo perfetto e l’armonia più assoluta. Solo allora marito e moglie sarebbero stati pronti per iniziare la vita insieme, perché la musica agita la nostra anima e rimescola il nostro sangue, ed è solo quando un uomo e una donna hanno imparato ad amalgamare perfettamente le loro voci che il miracolo dell’amore si compie e le loro anime si fondono in un’unica identità.

 

La prima volta che sentii cantare mio marito pensai che il momento di vivere insieme non sarebbe mai arrivato. Cantava malissimo e la sua voce era bassa e scordata come un vecchio strumento, ma lui era stato scelto dai miei genitori e io non consideravo nemmeno l’idea di oppormi ai loro desideri. Sapevo che ogni padre desidera una vita facile per i propri figli, e mi era stato insegnato che è giusto e saggio accettare il loro consiglio.

Ci sposarono il giorno del mio sedicesimo compleanno, ma per più di tre anni continuammo a vivere separati, ognuno nella casa dei propri genitori. Fu durante quel periodo che conobbi tuo padre. Arrivava da un villaggio vicino ed anche lui era sposato, ma già viveva con sua moglie ed aveva due figli. Ma quando lavoravamo nelle risaie la mia voce e la sua si alzavano al di sopra di tutte le altre ed emergevano con tale perfezione che a poco a poco tutti tacevano e solo la nostra melodia si alzava nel cielo, con la grazia dell’arcobaleno e con il vigore del monsone. Fu però un vento che soffiò talmente impetuoso da cambiare per sempre il percorso della mia vita. Sapevamo che volerci bene era un peccato ma non potevamo evitarlo, perché non fummo noi a scegliere l’amore ma fu l’amore a scegliere noi. Tentai di dimenticarlo. Mille volte frammentai con le mie dita la sua immagine fra i sassi, e mille volte scavai con le unghie nel suo cuore, e nel mio. Insieme aspettavamo che il fiume giungesse all’estuario e che l’odio e l’amore sfociassero liberi al mare. Aspettammo che il sole seccasse pozzi di solitudine profondi di secoli e che la notte coprisse le colpe di entrambi, per sempre. Ma mi era entrato nel sangue, e nel mio sangue restava, annidato in me come una malattia sottile, come un male eterno e senza tregua. E una notte bevvi dal suo bacio l’ebbrezza del vino e lo amai, mille volte lo amai.

 

Dopo qualche mese ero gravida di te ma non accettai la verità fino al momento in cui ti sentii muovere dentro al mio corpo. Era sera e stavo camminando in un sentiero deserto, quando all’improvviso sentii un fluttuare veloce nel mio ventre: era come una farfalla che batteva veloce le ali dentro di me. Mi fermi con il cuore che sembrava impazzito e ti sentii di nuovo, vibrante di vita, mentre volavi nel mio ventre con il tuo leggero corpo di libellula. Sentii la paura invadermi nel buio, ma tu solo un attimo. Dopo sentii solo una grande felicità, perché compresi che tu non eri che il mio destino. Tu mi appartenevi, eri stata concepita con forza e con amore ed eri sua, solo sua! Non avresti potuto essere di nessun altro uomo. Io ti avrei cresciuta e difesa dal mondo. Io ti avrei protetta dal male e insegnato tutto quello che conoscevo della vita: ad amarla, a rispettarla, e ad accarezzarla con la tua voce. Non saresti mai stata sola e nemmeno io lo sarei stata, perché avrei avuto te: un piccolo germoglio della sua vita che cresceva dentro al mio corpo e mi avrebbe ricordato per sempre l’unico uomo che io avrei amato.

Quando risultò troppo difficile nascondere la gravidanza decisi di lasciare il villaggio. Fuggii di notte senza dire niente a nessuno, tanto meno a tuo padre. Lui aveva già una famiglia e il suo posto era con loro; avevo distrutto per sempre la sua pace. Non potevo distruggere anche il suo futuro. Camminai per giorni e giorni senza sapere dove i piedi mi avrebbero portata. Dopo una settimana raggiunsi la ferrovia e presi il primo treno che si fermò nella stazione. Terminai il mio viaggio in un posto lontanissimo dove trovai lavoro mungendo mucche in una fattoria. Era una lavoro leggero che potevo svolgere senza fatica e che mi permise di mangiare e di dormire in un posto caldo aspettando la tua nascita. Venisti al mondo in una chiara mattina di marzo. Nascesti quasi senza dolore e sentii che lasciavi il mio corpo scivolando come un piccolo pesce nel fiume della vita: eri tutta rossa e i tuoi strilli riempivano l’aria.

Gli anni che seguirono trascorsero felici. Avevo tee pensavo che il nostro affetto ci avrebbe sempre protetto dal resto del mondo, ma un giorno la punizione del cielo che avevo temuto arrivò. Il dottore mi disse senza parafrasare che tutti disturbi si chiamavano “leucemia” e mi disse che mi restava ben poco da vivere. Il mio primo pensiero fu per te. Non sarei mai potuta tornare al mio villaggio dopo più di sei anni di silenzio e con una figlia, ma non avrei nemmeno potuto lasciarti dove vivevo, perché in quell’angolo remoto del mondo avresti finito per lavorare nei campi prima dei dieci anni. Qualcuno mi parlò dell’orfanotrofio dove ti portai. Sapevo che lì avresti vissuto con altri bambini e ti avrebbero permesso di studiare, e fu così che ti portai nella casa dove sei cresciuta tutti questi anni.

Luan, voglio che tu sappia che ti ho sempre amata. E’ per tutto questo che ti ho scritto la storia della tua nascita. Ti prego di perdonarmi per non averti potuto dare una famiglia, e nemmeno un padre. Non chiedermi chi sia perché questo non posso dirtelo, e tu devi promettermi che in lo cercherai mai. Mai capisci. La sua vita non è con noi, e cercandolo faresti solo del male a lui, e a te stessa. Il passato non ci appartiene Luan.

Il cielo ha voluto così, e non possiamo cambiare il destino, ma non scordarti mai che tu sei la mia vita, e che io continuerò a vivere dentro di te, per sempre.

Tua madre”

Il suo racconto finiva lì. Era ormai l’alba e il mondo dormiva, ignaro di tutto. Chiusi il quaderno e piansi. Piansi di dolore e di dispetto. Fino a quel momento avevo sperato che un giorno avrei ritrovato mia madre, che l’avrei riabbracciata e ci sarebbero stati ancora tanti anni per comprendere e per perdonare, ma ora le sue parole me ne negavano anche quest’ultima illusione. Mia era made era morta: mi aveva lasciato di nuovo e questa volta per sempre. Quel quaderno aveva riaperto una ferita solo per farmi soffrire di più e per sentire ancora una volta, impetuoso e violento, alzarsi dentro di me il bisogno di stringerla tra le mie braccia. Piansi di sconforto, piansi di stizza contro la vita e piansi di rancore. Piansi perché, ancora una volta, ero sola al mondo.

Entrai nel Conservatorio e scoprii la mia salvezza nella musica e nel canto. Fu la mia voce a ridarmi la forza di continuare e nella mia voce ritrovai la gioia di vivere. Passarono gli anni e piano piano mi accorsi che pensare a mia madre non mi produceva più tanto dolore.

Un giorno sentii in me un forte desiderio di andare al villaggio degli angeli da cui una notte lei era fuggita per nascondermi all’uomo che amava, e dove molto probabilmente viveva ancora mio padre. Tutto era come era stato descritto nel quaderno: era un piccolo borgo sperduto in una valle circondato da monti e da campi di riso, dove di notte le case si illuminavano con una luce delle lampade a olio e i secoli erano passati senza lasciare traccia. Nella piazza la cabina telefonica era stata invasa dalle galline che l’avevano riempita di piume e di uova e trasformata in un pollaio. I miei abiti occidentali attirarono l’attenzione della gente e presto alcuni curiosi mi avvicinarono per farmi della domande. Pensai che probabilmente tra loro c’era un mio cugino, o una zia, o persino un fratello; forse uno dei vecchi che mi fissavano seduti davanti alle loro case era mio padre. Sarebbe stato facile risalire alle mie origini ma ormai era troppo tardi per cercarlo; e a che scopo, se non quello di violare la volontà di mia madre e torturare l’anima di un uomo ormai vecchio! Mia madre aveva avuto ragione: il passato non ci appartiene.

 

Decisi di lasciare quel villaggio come una sconosciuta qualsiasi e di non tornarci mai più, ma da quel giorno ricominciai a cantare le canzoni che mia madre mi aveva insegnato quand’ero bambina e a ricordarla giovane e bella mentre splendeva nella luce dell’alba nei campi di riso. Eppure fu solo quando incontrai l’uomo che doveva diventare mio marito che il nodo che ci teneva lontano si sciolse del tutto. Quando lui mi guardò per la prima volta vidi nei suoi occhi l’immagine dei miei figli e in quel momento compresi fino in fondo il significato della vita di mia madre, e con lei compresi tutti gli amanti del mondo. Ma è quando canto, quando sono su palcoscenico e le luci si spengono, e nel buio la mia voce nasce da un anglo scuro della mia anima, è in quel momento che sento più viva che mai la sua presenza intorno a me, con una forza che mi ferma il cuore e mi fa tremare d’emozione.

E’ per lei che io canto ogni sera, ogni nota che si alza nell’aria è una canzone d’amore per mia madre. Ogni canzone è la canzone di Jin Ye.

Daniela Raimondi

 

 

 

 

 

 

 

Concorso letterario XX edizione 2018

Regolamento
XX edizione – 2018

Termine presentazione lavori
30 giugno 2018

Art 1 – Organizzazione
La Comunità Evangelica di Napoli indice ed organizza la ventesima edizione del Concorso Letterario “Una piazza, un racconto”.

Art 2 – Concorrenti
Al Concorso possono partecipare dilettanti e professionisti, italiani e stranieri, senza limiti di età.

Art.3 –Tema

Il concorrente scriva un racconto in cui il protagonista deve recarsi, per un incontro importante, in un palazzo munito di un ascensore che ha un potere particolare: se si sale si ringiovanisce, se si scende si invecchia sempre di venti anni

La forma letteraria presa in esame è quella di una racconto, massimo 18.000 caratteri inclusi gli spazi, pena l’esclusione dal Concorso.

Si può partecipare con un solo racconto in lingua italiana e deve essere necessariamente inedito.

Art.4- Modalità di iscrizione
La partecipazione al Concorso è gratuita. Per poter partecipare ogni concorrente dovrà inviare a LUCIANA RENZETTI segreteria del concorso letterario – via Vicinale Canosa, 44 – 80078 Pozzuoli (NA).

  • cinque copie del proprio lavoro assolutamente anonime e contrassegnate solo da uno pseudonimo identico a quello che verrà riportato sulla busta chiusa contenente nel suo interno;
    a) domanda di iscrizione al Concorso liberamente compilata in cui si specifichino il nome, il cognome, la data e luogo di nascita, il Comune e la Provincia di residenza, l’indirizzo, il numero telefonico e l’indirizzo di posta elettronica.
    b) liberatoria dell’autore e rinuncia di qualsiasi diritto sulla pubblicazione e uso teatrale del racconto, valida solo nell’eventualità che la Giuria lo selezionasse tra i finalisti.
  • La Giuria si riserva di scegliere un minimo di dodici racconti fino ad un massimo di venti meritevoli di essere pubblicati.
  • Il plico deve essere spedito entro e non oltre il 30 giugno 2018. A tal fine farà fede il timbro postale.
  • Una copia del racconto ed una succinta biografia dell’autore, esclusivamente in formato word, dovranno essere inviate per e-mail a lucianarenzetti@gmail.com.

Art.5 – Svolgimento del Concorso.
Il Concorso si articolerà in due fasi.
Fase eliminatoria.
La giuria esaminerà i lavori presentati e ammetterà alla fase finale quelli che reputerà meritevoli partendo da un minimo di dodici racconti ad un massimo di venti che verranno pubblicati.
Fase finale.
Tra i lavori finalisti la Giuria attribuirà il
1° Premio di € 1.200
2° Premio di € 800
3° Premio di € 500
La proclamazione e premiazione dei vincitori ( la cui presenza è obbligatoria pena la perdita del premio in denaro) si svolgerà mercoledì 28 novembre 2018 alle ore 20;30 nella Chiesa Luterana in via Carlo Poerio, 5 Napoli, nell’ambito della rassegna Concerti d’autunno.
Solo gli autori finalisti ed i premiati saranno avvisati dell’esito del concorso entro il 30 settembre 2018.
Gli autori premiati sono obbligati ad essere presenti alla serata di premiazione.

Art.6 – Giuria
La giuria si riserva di non assegnare uno o più dei tre premi previsti o assegnare degli ex aequo o delle menzioni speciali nel caso lo ritenesse opportuno. Il giudizio della Giuria è inappellabile ed insindacabile.
I nomi dei componenti la Giuria verranno resi noti nel corso della proclamazione e premiazione dei vincitori del Concorso.

Art 7 – Annullamento
Il soggetto organizzatore si riserva la facoltà di annullare il Concorso per cause che dovessero impedirne il regolare svolgimento secondo i tempi e le modalità sopra indicati.

Art.8 – Restituzione
I lavori ed il materiale consegnati non verranno restituiti.

Art.9 – Regolamento
La partecipazione al Concorso implica la totale e incondizionata accettazione del presente regolamento.

Art.10 – Informazioni.
I concorrenti potranno ricevere ulteriori informazioni scrivendo a lucianarenzetti@gmail.com

Il regolamento è anche pubblicato nel sito www.celna.it