Regolamento del concorso di composizione

Concorso di Composizione
2017 – 2018

XVIII edizione

30 novembre 2017
Termine presentazione lavori

La Comunità Evangelica Luterana di Napoli indice ed organizza la diciottesima edizione del Concorso di Composizione.

 

La scrittura delle composizioni

La scrittura deve ispirarsi al racconto “Il canto della sirena” di Diego Manna, prescelto fra i vincitori del primo premio del Concorso letterario “Una piazza, un racconto”.
La Giuria esaminerà le composizioni partecipanti e designerà la vincitrice che sarà eseguita nella serata di premiazione.
Art 1 – Concorrenti
Al Concorso possono partecipare compositori italiani e stranieri senza limiti di età.

Art 2 – Iscrizione
La partecipazione al Concorso è gratuita. Il concorrente dovrà inviare sei copie della partitura corredata da file midi. La partitura dovrà essere assolutamente anonima contrassegnata da un motto, lo stesso che dovrà essere indicato sulla busta chiusa contenente:
1)   Domanda di iscrizione al Concorso liberamente scritta, in cui si specifica il nome, il cognome, la data ed il luogo di nascita, il Comune e la Provincia di residenza, l’indirizzo, il numero telefonico e l’eventuale e-mail.
2)    Dichiarazione firmata attestante che la composizione presentata è inedita e mai eseguita in pubblico.
3)    Dichiarazione firmata che autorizza l’Ente organizzatore ad usufruire del materiale presentato per l’esecuzione pubblica e per tutte le manifestazioni teatrali e/o radio – televisive che l’Ente organizzatore, ovvero la Comunità Evangelica Luterana di Napoli intenderà allestire in futuro.
4)    Due fotografie.
5)    Un curriculum vitae.

Il plico dovrà pervenire al seguente indirizzo
Segreteria del Concorso di Composizione
Luciana Renzetti
Via Vicinale Canosa, 44 – 80078 Pozzuoli (Na)

Art 3 – Composizioni
La durata delle composizioni dovrà essere massimo di 25 minuti e non meno di venti.
Dovrà essere pensata per Voce narrante e un Ensemble giovanile strumentale con il seguente organico:

Flauto, Clarinetto, Sax alto, Sax tenore, Tromba, Corno, Trombone, Euphonium, Timpani, Glockenspiel, Xilophono, Percussioni.

I partecipanti al concorso al Concorso dovranno, nei loro lavori, attenersi alle indicazioni tecniche sottoelencate.

Saranno valutati l’aderenza musicale al testo letterario, la originalità.
L’articolazione musicale relativa al testo è assolutamente libera.
Le 4 linee principali si possono raddoppiare.

Art 4 – Svolgimento del Concorso.
La Giuria, formata da docenti di Conservatorio, da musicisti di chiara fama, da critici musicali esaminerà i lavori presentati e designerà il vincitore che dovrà fornire tempestivamente le parti staccate del brano.

Art 5 – La Giuria.
Il giudizio della Giuria è insindacabile ed inappellabile. I nomi dei componenti la Giuria verranno resi noti in occasione della premiazione del vincitore.

Art 6 – Premiazione.
La data dell’assegnazione del Premio e della rappresentazione scenica sarà comunicata per e-mail al vincitore e pubblicata nel sito www.celna.it nel mese di gennaio 2017.

Art. 7 – Il Premio
Il vincitore del Concorso riceverà un Premio di euro 2.000 e la Giuria potrà anche assegnare menzioni particolari a lavori che riterrà meritevoli.
Il suo giudizio sarà insindacabile.

Art 8 – Annullamento.
L’Ente organizzatore si riserva di annullare il Concorso per cause indipendenti dalla propria volontà che dovessero impedirne il regolare svolgimento secondo i tempi e le modalità sopra indicate.

Art 9 – Restituzione.
I concorrenti potranno richiedere, a proprie spese, la restituzione di una copia degli elaborati. La restituzione del materiale avverrà secondo questi termini anche in caso di annullamento, secondo l’art. 8.

Art 10 – Registrazioni ed Esecuzioni.
Nulla sarà dovuto ai concorrenti per eventuali rappresentazioni radio-televisive del brano vincitore, tanto meno dell’uso del materiale e delle partiture per ulteriori esecuzioni e/o registrazioni comprese in eventuali manifestazioni che la Comunità Evangelica Luterana di Napoli potrà allestire in futuro.

Art 11 – Informazioni.
I concorrenti potranno ricevere ulteriori informazioni scrivendo a lucianarenzetti@gmail.com

Il canto della sirena

Bunsen aveva il dono del volo. Il creatore, o chi per lui, gli aveva donato le ali e lui sapeva sfruttarle appieno. Joseph, il cucciolo d’uomo, malediceva ogni volta il creatore per il fastidioso ronzio connesso al volo di Bunzen che ogni notte lacerava il suo sonno.
Quella notte Bunzen stava esplorando l’orecchio esterno di Joseph, secondo un’antica tradizione dei suoi simili. Mentre penetrava la carne di Joseph per nutrirsi, Bunsen si interrogava sulla specie cui Joseph apparteneva, l’Homo sapiens.
Non riusciva mai a spiegarsi il perché di tutta la frenetica attività umana. Era chiaro che Bunsen considerava l’uomo un essere inferiore, idea ormai consolidatasi dopo il centinaio di dialoghi da lui segretamente captati. Rideva di gusto a sentire il cucciolo d’uomo preoccuparsi del suo futuro lavoro e di come inserirsi nella società. Bunsen anarchico dalla nascita per istinto di sopravvivenza, non riusciva a giustificare l’equazione lavoro uguale soldi. Non capiva il valore di quei pezzetti colorati di carta tanto importanti per gli umani. Il concetto di futuro poi era qualcosa di sconosciuto a tutti gli insetti, tranne ad alcune specie pseudo-comuniste che passavano la bella stagione ad immagazzinare provviste in vista dell’inverno.
L’unica preoccupazione di Bunsen era quella di mantenersi in vita nel presente, e ciò faceva. Il futuro Bunsen lo conosceva, già era la morte. Ma non prima di aver contribuito alla salvaguardia dell’esistenza futura della propria specie.
Ciò Bunsen si chiedeva, come mai non poteva l’uomo vivere come lui. Sembrava quasi che il cibo fosse l’ultimo problema di Joseph, tutto preso dallo studio e dallo sport.
Saziatosi del sangue di Joseph, si librò in volo in cerca di un cantuccio dove riposarsi. Amava volare, ma sapeva benissimo che ciò era molto dispendioso.
Mentre volteggiava, si avvide che dal soffitto pendeva qualcosa. Era il lampadario. Bunsen si ricordò subito delle raccomandazioni di mamma Bursea “Il nostro più grande nemico, dopo l’insetticida, è il lampadario.” Ma alla richiesta di spiegazioni più approfondite Bursea non sapeva mai cosa rispondere e se la sbrigava con un laconico “Di tutti quelli che ho visto avvicinarsi ad un lampadario, non è tornato indietro nessuno.”
Inutile a dirsi che ciò non faceva altro che stimolare la curiosità di Bunsen. Ora che si trovava finalmente di fronte all’oggetto in questione, nessuno poteva fermarlo.
Gli appariva innocuo. Era lì, non un movimento, non un rumore. Decise di ispezionarlo partendo dal soffitto. Il primo tratto non differiva in nulla da una normalissima corda. Verticale, scendeva verso ciò che a Bunsen pareva nient’altro che un gruppo di grossi pompelmi. A Bunsen il lampadario ricordava un albero al contrario. Raggiunse le sfere, tre erano, e subito si avvide della loro trasparenza. Di vetro.
Bunsen conosceva il vetro, sapeva benissimo che dalle finestre si vedeva il mondo esterno e viceversa. Il vetro separava due mondi, due realtà. Il vetro mostrava, ma non permetteva a nessuno di oltrepassarlo.
Da piccolo, la prima volta che vide una finestra, Bunsen si chiese come mai l’uomo avesse ostruito questa porta di collegamento al mondo esterno con il vetro. E non era l’unica. In tutta la casa almeno sei-sette uscite erano bloccate dal vetro.
Bunsen lo odiava. Il vetro tarpava i suoi sogni di libertà, la sua voglia di scappare da quel luogo opprimente. D’altra parte, in quando c’era cibo all’interno, a Bunsen del mondo esterno non gliene poteva fregare di meno. Ma adorava fantasticare di com’era la vita fuori. Non di meno, l’usanza di occludere la porta con il vetro rafforzava il suo sprezzo per l’uomo.
L’idea che il vetro alle finestre servisse a separare due mondi così lontani fece balenare subito nella testa di Bunsen l’ipotesi che la medesima funzione potesse avere anche il vetro del lampadario.
Prima ancora di osservare, Bunsen divagava già con la mente sulle meraviglie che il nuovo mondo poteva offrirgli. Eccitato, spinse lo sguardo oltre il muro di vetro. Davanti alle sue aspettative e al suo entusiasmo si parò il vuoto.
Assolutamente nulla c’era.
Bunsen era a pezzi, il suo sogno era morto ancor prima di nascere. Ancora una volta si chiese il perché di quella assurda divisione. Un muro per separare la casa dal nulla. L’uomo era proprio un coglione.
Fu allora che si avvide che qualcosa c’era dall’altra parte. Era una nuova, più minuta, palla di vetro. Bunsen fu subito assalito dalla curiosità di sapere cosa ci fosse di tanto prezioso da dover essere protetto addirittura da due barriere. Ancora una volta il pensiero fu più veloce dell’azione e Bunsen si trovò a sognare ad occhi aperti. Quando i suoi occhi misero a fuoco ciò che in realtà c’era, Bunsen impietrì.
Nessuna delle sue fantasie raggiungeva la bellezza di ciò che gli si poneva davanti. Bunsen in vita sua aveva visto molte cose stupende, aveva visto le lucette colorate dello stereo di Joseph, aveva visto i riflessi che comparivano sui cd quando Joseph li faceva ruotare, aveva visto i fuochi di artificio dalla finestra, aveva visto la pioggia e i fulmini e l’arcobaleno, aveva visto più e più cose, ma questa le superava di gran lunga tutte quante.
Era l’idea stessa di bellezza, racchiudeva tutto quanto c’era di meraviglioso del mondo conosciuto da Bunsen. Ed oltre a ciò che vedeva, Bunsen era sconvolto per ciò che sentiva dentro. Non gli era mai successo prima. Aveva la sensazione di volerla raggiungere assolutamente ed allo stesso momento sentiva la paura di perderla per sempre, di essere abbandonato. Sarebbe voluto restare lì in eterno, in perpetua ammirazione. Nella sua testa ora non c’era posto per altri pensieri se non per ciò che vedeva. Il cibo, prima unico suo fine, veniva ora declassato, se non addirittura dimenticato. Scopo della sua vita sarebbe diventato ora quello di raggiungere quel nuovo mondo. Il suo amore. Bunsen aveva, unico della sua specie, conosciuto l’amore. Si era innamorato.
Del filo di tungsteno della lampadina.
Gli amici di Bunsen non riuscivano a comprendere il suo stato d’animo. D’altra parte nessuno di loro si era trovato mai nella medesima situazione.
“Guarda, Bunsen, che sicuramente non è della nostra specie.”
“Secondo me non appartiene nemmeno al mondo animale.”
Brapsi e Beltsa disapprovavano, e nona torto, il suo amore. Ma Bunsen era sordo ad ogni obiezione. Passava le giornate ad ammirare la lampadina chiedendosi come avrebbe mai fatto a raggiungerla. Ciò di cui necessitava ora era di qualcuno in grado di aiutarlo a perforare il vetro. Ma nessuno gli si rivelava utile. Così Bunsen andò avanti molti giorni, e molti dubbi lo assalirono.
Si chiedeva che senso avesse continuare la solita vita se non poteva farlo in compagnia della sua amata. Cominciò a vedere la sua esistenza non più finalizzata soltanto alla ricerca del cibo, ma ad un’altra ricerca, da lui considerata più importante. Provava ribrezzo per il mondo così com’era, vuoto, triste e troppo legato alle leggi naturali che lo rendevano schiavo del sangue di Joseph. Sperava di trovarne uno nuovo nel momento in cui avesse incontrato lei.
Una sera riuscì a convincere Brapsi ad accompagnarlo al suo luogo di culto.
“Ti avevo mai detto che alle volte brilla di luce propria?”
E così infatti era. Con grande stupore di Brapsi, la creatura irradiava un intenso chiarore. E mentre Brapsi si spremeva le meningi per trovare un filo di spiegazione logica al fenomeno, Bunsen decise che il suo amore non poteva restare anonimo.
“Sai ho sentito spesso Joseph parlare di corpi celesti che emettono luce. Stelle, m sembra si chiamino. E la stella polare è da sempre la guida, il punto di riferimento della specie umana. Ora, io penso che la mia stella polare sia lei. Lei sarà, d’ora in poi il mio fine, la mia meta. Lei mi indicherà la strada da seguire. Lei, la mia Stella Polare”.
Brapsi continuava a non comprendere il suo amico, ma per paura di ferirlo lo assecondava. In fondo non c’era niente di male in quello che Bunsen diceva, l’importante era che ciò non lo portasse fare pazzie. Per Brapsi era impensabile che qualcosa inducesse un individuo della sua specie a privarsi del cibo. E questa era l’unica pazzia che riusciva ad immaginarsi. Continuasse pure Bunsen a perdere tempo a rimirare la sua stella, l’importante era che non dimenticasse di mangiare. Ma poiché Bunsen sapeva bene che per poter anelare al suo amore doveva restare in vita e che per restare in vita doveva alimentarsi, la questione era risolta.
Bunsen in breve venne allontanato da tutti. Chi non lo considerava folle, ben pochi in realtà, si teneva comunque a distanza. Lo trovava diverso. E di ciò aveva paura.
Dal canto suo Bunsen non faceva niente per rimediare a questo crescente isolamento, anzi ne era ben lieto. Mentre passava il tempo a contemplare la sua Stella Polare Bunsen aveva avuto modo di considerare la condizione della sua specie. E ora la trovava veramente meschina.
Si chiedeva che senso avesse vivere, cibarsi e riprodursi se l’unica meta, l’unico punto di arrivo era la morte. Certo a sua specie sarebbe vissuta per millenni continuando con questo stile di vita, ma lui, come singolo individuo, cosa aveva da guadagnarci? Cominciò a considerare se stesso e i suoi simili come schiavi della vita. O dell’evoluzione. O dell’istinto. O del creatore.

Il nostro unico fine, pensava, è dunque quello di salvaguardare l’esistenza futura della nostra specie? Ma a che pro?
La vita, in tutte le sue forme, aveva colonizzato il mondo. Ora Bunsen vedeva la sua razza come un mero strumento della vita per occupare una nuova nicchia ecologica. In questo dobbiamo considerarci fratelli degli altri essere? Anche del perfido uomo? Siamo tutti obbligati a seguire il nostro naturale istinto di sopravvivenza?

No, Bunsen voleva ribellarsi a quest’ordine naturale delle cose. E per questo la sua opinione su tutti i suoi simili, ovvero su tutte le creature viventi, era diventata pessima.
Guardava Joseph studiare per garantirsi un futuro. Schiavo delle regole societarie umane. Joseph gli faceva pena. Perder tempo sui libri quando anch’egli sarebbe alfine morto. Ma non la sua specie. Anche Joseph era al servizio dell’evoluzione.

Il gatto di casa poi, capace solo di mangiare e dormire. Che misera esistenza. Ma certamente migliore dei gatti randagi, costretti a lottare per il cibo e convinti di essere liberi. Ma liberi di cosa? Non erano forse anch’essi schiava del loro istinto? Schiave della vita? Spesso aver sentito parlare Joseph di una fantomatica supremazia della razza umana sulle bestie. L’uomo sapeva, l’uomo decideva, l’uomo era razionale e libero dall’istinto. L’uomo provava sentimenti. Gli animali no.
Bunsen non conosceva il significato di questa parola, sentimenti, prima di incontrare lei. Ora Bunsen si sentiva più vicino all’uomo. Ma nel medesimo tempo lo considerava inferiore. Come si può essere certi che anche i sentimenti umani non siano in realtà frutto dell’evoluzione? Non siamo solamente funzionali alla salvaguardia della razza umana?

No, ora per Bunsen l’uomo era sì superiore agli altri esseri, ma questa superiorità dovuta alla capacità di provare emozioni gli era stata donata dalla selezione naturale. L’uomo era sicuramente il primo servo della vita. Quello più importante. Il più potente. L’unico che poteva ribellarsi al suo padrone, con la capacità distruttiva che possedeva. Joseph aveva un poster sul muro di camera che ritraeva gli effetti della bomba atomica. Capace di distruggere la terra per intero. Capace di distruggere la vita per intero. Ma l’uomo ribelle sarebbe morto, la vita sarebbe ricomparsa altrove.

No, nessuna sovversione era possibile. La vita alla fine avrebbe comunque trionfato espandendosi all’infinito. Ciò che Bunsen poteva fare ora era togliersi dagli ingranaggi del sistema, dichiararsi libero dalla vita, libero dal dovere di compiere ciò per cui ogni specie era nata. E così fece.  O pensò di fare.

Per Bunsen ogni ragione della propria esistenza era diventata la Stella Polare. Si era quindi totalmente svincolato dalle abitudini dei suoi simili, animali della vita inutile. Era il solo, lui, ad avere una vera meta, un reale traguardo non impostogli dall’evoluzione. Ma da se stesso. Decise quindi che l’ora di fare il passo decisivo era giunta. Avrebbe perforato quel maledetto vetro. Con qualsiasi mezzo. A qualsiasi costo. Anche dell’odiata vita.    Brapsi cominciava ad essere veramente preoccupato. Bunsen dimagriva ogni giorno di più e non voleva saperne dei consigli dell’amico. Brapsi era l’unico ormai ad avere una qualche forma di contatto con Bunsen, il quale, seppur considerandolo alla stregua degli altri, lo stimava. Se non altro perché era stato il solo a non averlo mai abbandonato. In nome della loro amicizia Bunsen lo condusse da lei e qui gli indicò ciò a cui stava lavorando.

Da settimane ormai si era impegnato nel tentativo di rompere il vetro, con scarsi risultati visibili. Se non quello di danneggiarsi l’unico strumento che possedeva in grado di procurargli il cibo. Era dunque per questo che stava deperendo. Il suo corpo stava perdendo ogni r di più la capacità di penetrare la carne di Joseph.
Brapsi si convinse della pazzia di Bunsen. Malo considerava ancora un amico, e non vedeva il perché dovesse cercare di distoglierlo dl suo obiettivo. Era questo che dunque Bunsen voleva dalla sua esistenza? Brapsi avrebbe fatto di tutto pur di vederlo raggiungere il suo scopo.
Scostò Bunsen dl lieve graffio nel vetro e provò con tutte le sue forze ad eroderlo. Nulla. Il materiale era veramente resistente. A questo punto la vita di entrambi non sarebbe bastata per oltrepassare le due barriere.
Fu allora che a Brapsi venne l’intuizione giusta per aiutare Bunsen nella sua missione e nel medesimo tempo per convincerlo a cibarsi di nuovo abbondantemente.
Bunsen lo sai che la boccia esterna viene periodicamente rimossa dalla madre di Joseph per pulirla…”
“Che vuoi dire?”
“Che dovresti abbandonare l’idea di perforarla e aspettare quel giorno. Allora potrai entrare e attaccare dire direttamente la seconda parete. Nel frattempo dovresti riposare ed immagazzinare una quantità enorme di sangue, perché quando ti troverai all’interno non potrai più uscire.”
” A quel punto non avrò che due vie sole possibili: la morte o l’amore…”
Brapsi non capì quest’ultima affermazione, ma annuì, felice di poter rivedere in salute l’amico fino al momento fatidico.
Fu un periodo di grave insonnia per Joseph, e di copiose maledizioni lanciate al creatore. Realmente nessuno aveva mai visto Joseph in questo stato. Passava le giornate a cercare il colpevole, chi deturpava il suo sonno. Fu una strage. L’insetticida era diventato ormai il deodorante ufficiale della stanza di Joseph, e di tutti i suoi abitanti, pochi sopravvissero. Brapsi e Bunsen furono tra quelli. Si erano nascosti nella cuccia del gatto, ben consci che Joseph non avrebbe mai spruzzato lì il mortale veleno.
Finché venne il tempo.
Fu Brapsi ad accorgersi che la madre di Joseph stava concedendo a Bunsen il libero accesso alla lampadina. Bunsen stava dormendo. Brapsi non lo svegliò.
Segreto desiderio di Brapsi era che mai venisse quel giorno che lo avrebbe portato alla separazione dall’amico. Brapsi sapeva benissimo che quel tipo di pulizie venivano fatte poco spesso. Riuscire a saltare questo giro significava quindi ad allungare la vita di Bunsen di molte settimane. Forse addirittura l’esistenza di Bunsen sarebbe finita prima di una seconda opportunità. Brapsi poteva salvarlo dal suicidio. Ché, una volta dentro, l’unica strada aperta sarebbe stata quella verso una morte di stenti, altro che verso l’amore.
Bunsen si rigirò nel sonno. Fu allo che Brapsi si rese conto che stava farneticando qualcosa. Bunsen, addormentato, stava evidentemente sognando lei. Brapsi lo osservava. La sua faccia era beata. Allo stesso tempo, esprimeva sofferenza.
“Aspetta, non sarà mai tardi per varcare la soglia di un nuovo mondo”.
Brapsi era tormentato. Aveva in mano la sorte di Bunsen e non riusciva a decidere sul da farsi. Salvarlo dalla morte o salvarlo dalla vita?
Ché se una cosa Brapsi aveva capito, era che a Bunsen la vita come gli si presentava faceva ribrezzo. Avrebbe sì continuato la sua esistenza, ma sempre in nome dell’irrealizzabile sogno di raggiungere lei. Allora non era forse meglio di farla finita subito?
La madre di Joseph rientrò ella stanza. A Brapsi restava solo pochi secondi per risolvere i suoi dubbi.
Brapsi lo svegliò.
Bunsen gonfio di sangue riuscì ad entrare nella boccia. Brapsi lo guardava da fuori. Aveva probabilmente perso il suo migliore amico, ma non lo aveva tradito.
Bunsen da dentro fissava Brapsi. I loro destini erano ora divisi, ma di certo Brapsi sarebbe rimasto sempre il suo migliore amico, l’unico in grado di sostenerlo, pur disapprovandolo.
Poi, senza un saluto, si girò ed attaccò il vetro della lampadina. Brapsi restò a contemplarlo nella sua opera. Sotto sotto tifava per lui. Per il folle Bunsen.
Il lavoro era più duro del previsto. Seppure in forze Bunsen faticava moltissimo. Dopo due settimane era a metà strada. Brapsi continuava ancora a osservarlo. Si era affezionato alla missione impossibile dell’amico.
Altri giorni trascorsero, e Bunsen sentiva che le energie lo stavano via via abbandonando. L’agognata meta era ormai assai prossima. Ma più si avvicinava, è più un nuovo sentimento lo pervadeva.
Bunsen aveva paura.
Era stato facile vivere nella speranza di raggiungere la Stella Polare, ma ora che si trovava due passi molti dubbi lo assalivano.
Aveva l’incubo di restare disilluso. Fino a questo momento aveva amato una creatura eterea ed ideale, generati in toto dalla sua immaginazione. Cosa sarebbe successo invero al loro incontro? Ciò che si apprestava a conquistare non era forse solamente un surrogato, una mera rappresentazione, della Stella Polare da lui amata?
Bunsen cominciò a chiedere se non fosse stato meglio che Brapsi non lo avesse svegliato. Avrebbe continuato a vivere anelando ad una utopia. Un’utopia perfetta, virtuale. Ora si trattava di trasformare il suo amore ideale in un amore terreno.
E Bunsen ne aveva turbamento. Non era sicuro di volerlo fare. La vita, ora, ne era conscio, preferiva immaginarsela che viverla.
Ma nessuna marcia indietro era possibile. Bunsen si trovava ormai isolato da ciò che era stato il suo passato. Il vetro, ancora lui, ne costituiva barriera invalicabile.
Joseph spinse l’interruttore. La stella polare ora irradiava luce.
Bunsen fu da ciò spinto a continuare. Non aveva nulla da perdere.
Con le sue ultime energie a disposizione riuscì infine nel suo intento. Il vetro era stato perforato.
Immediatamente l’ambiente circostante, già prima rovente, si scaldò ulteriormente raggiungendo temperature ai limiti dell’animale sopportazione. Allo stesso tempo un’intensa forza, proveniente dl centro del lume, cominciò ad attirare Bunsen prepotentemente verso l’interno.
Bunsen si sentì cadere nel vuoto. Stava precipitando inconsciamente diretto verso di lei. L’incontro era inevitabile. E non era Bunsen a decidere. Era la Stella Polare che lo stava guidando. Lo stava trascinando a sé. Era dunque il suo amore ricambiato.
E quell’improvviso calore non era la loro reciproca passione?
Tutte le incertezze di Bunsen si dissolsero all’istante. Che sciocco era stato a dubitare di lei. Quanti insulsi timori lo avevano attanagliato.

Ora sapeva.
Si lasciò trasportare beato dalla sua amata senza opporre resistenza alcuna.
E nel medesimo istante in cui il loro amore, apogeo di un’effimera scintilla, diveniva manifesto, si spense.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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